Il caso spiegato

Libertà di Stampa vs. Diritto all'Oblio: le nuove frontiere del Garante Privacy

6 min di lettura · Aggiornato a agosto 2026 · Supervisione editoriale: Avv. Federico Papa

La questione del bilanciamento tra il diritto alla memoria storica e la tutela della reputazione individuale ha subito una decisa accelerazione nel corso del 2024. Secondo quanto riportato dalla stampa, l'intervento del Garante per la protezione dei dati personali e della Corte di Cassazione ha delineato nuovi protocolli per gli editori digitali, chiamati a gestire la permanenza online di articoli risalenti riguardanti vicende giudiziarie concluse. L'articolo esamina come la giurisprudenza stia orientando la gestione dei motori di ricerca e degli archivi storici, fornendo strumenti pratici per comprendere quando una notizia smette di essere cronaca per diventare un indebito peso sulla vita privata. Attraverso l'analisi di un caso gemello didattico, vedremo come applicare le tutele previste dalla normativa vigente e dalla recente Riforma Cartabia.

Libertà di Stampa vs. Diritto all'Oblio: le nuove frontiere del Garante Privacy

In sintesi

La giurisprudenza della Cassazione tra il 2024 e il 2026 ha trasformato il diritto all'oblio in un diritto al controllo dinamico della propria identità digitale. Non è più sufficiente il mero decorso del tempo: gli editori hanno l'obbligo positivo di aggiornare gli archivi con gli esiti assolutori per evitare una stimmate algoritmica. La responsabilità per il ritardo nella deindicizzazione ricade anche sui motori di ricerca come Google, rendendo l'accuratezza storica un limite invalicabile per la funzione di conservazione delle notizie online.

  1. Il fatto

    Secondo quanto riportato dalla stampa (in particolare Prima Comunicazione, Huffington Post e Il Giorno) tra il 2023 e il 2024, numerosi cittadini hanno presentato reclami al Garante Privacy lamentando la persistente visibilità sui motori di ricerca di articoli riguardanti vicende giudiziarie ormai datate.

    Il caso tipo riguarda soggetti coinvolti in indagini preliminari o processi di primo grado, poi conclusi con assoluzione o prescrizione oltre 10 anni fa, i cui nominativi restano associati a titoli infamanti digitando il proprio nome su Google. La vicenda processuale non riguarda un unico tribunale, ma si articola in una serie di provvedimenti amministrativi del Garante e ordinanze della Cassazione Civile. I ricorrenti lamentano che l'omessa de-indicizzazione o il mancato aggiornamento con l'esito favorevole del processo causi una gogna digitale permanente, non più giustificata da un interesse pubblico attuale.

  2. Le norme in gioco

    Il quadro normativo si basa sull'Art. 17 del GDPR (Diritto all'oblio), che permette la cancellazione dei dati non più necessari, pur salvaguardando la libertà di informazione. Gli Artt. 136-139 del Codice Privacy regolano la deroga al consenso per fini giornalistici, mentre l'Art. 99 disciplina la conservazione per scopi storici.

    Fondamentale è l'Art. 64-ter disp. att. c.p.p., introdotto dalla Riforma Cartabia, che consente all'interessato di richiedere l'annotazione del provvedimento di assoluzione in calce all'articolo per ottenere la de-indicizzazione automatica. La violazione di tali principi può comportare sanzioni pecuniarie e l'obbligo di risarcimento del danno ai sensi dell'Art. 82 GDPR.

  3. Cosa dice la giurisprudenza

    La giurisprudenza di legittimità ha chiarito che il diritto all'oblio non comporta necessariamente la cancellazione dell'articolo dall'archivio del giornale, poiché esso costituisce memoria collettiva. Tuttavia, sussiste l'obbligo di de-indicizzazione: l'editore deve adottare misure tecniche affinché l'articolo non compaia tra i risultati dei motori di ricerca esterni.

    Il Garante Privacy ha stabilito che un intervallo di circa 10 anni sia generalmente congruo per far prevalere il diritto all'oblio sull'interesse pubblico, a meno che il soggetto non ricopra cariche pubbliche o la vicenda non conservi una rilevanza sociale eccezionale.

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  5. Cosa insegna ai professionisti

    1. Predisporre istanze di de-indicizzazione precise, citando espressamente l'Art. 64-ter disp. att. c.p.p. se applicabile;
    2. Verificare tecnicamente, tramite strumenti SEO, se l'articolo è effettivamente escluso dai robot dei motori di ricerca;
    3. Valutare la responsabilità dell'editore separatamente da quella del motore di ricerca (Google);
    4. Monitorare i tempi di permanenza del dato, ricordando che il limite dei 10 anni è un parametro orientativo ma non assoluto.
  6. Gli sviluppi: il controllo dinamico dell'identità digitale

    Tra il 2024 e il 2026, la Corte di Cassazione ha ridefinito i confini degli archivi online. Con la sentenza 14488 del 2025, la Suprema Corte ha stabilito che il diritto all'oblio si è evoluto in un diritto al controllo dinamico della propria immagine digitale. Gli editori sono ora tenuti ad aggiornare le notizie storiche con l'esito finale dei procedimenti, come le assoluzioni, garantendo la contestualizzazione dei dati. Inoltre, l'ordinanza 6433 del 2026 ha confermato la responsabilità risarcitoria di Google per i ritardi nella deindicizzazione di fatti ormai prescritti, mentre la sentenza 17738 del 2024 ha chiarito che la tutela dell'archivio riguarda solo notizie originariamente lecite. Questi sviluppi superano la logica della mera cancellazione in favore di un obbligo di accuratezza storica, necessario per evitare la creazione di una stimmate algoritmica causata dalla persistenza di dati non aggiornati, con riflessi anche sull'addestramento dei sistemi di AI.

Riferimenti: Regolamento UE 2016/679 (GDPR), Art. 17, Art. 82D.Lgs. 196/2003 (Codice Privacy), Artt. 136, 137, 138, 139, 99Art. 64-ter disp. att. c.p.p. (Riforma Cartabia)

Avv. Federico Papa
Supervisione editoriale: Avv. Federico Papa·ICAMContenuto redatto con il supporto dell'AI e sottoposto a verifica redazionale sulle fonti. Nonostante i controlli, possono residuare imprecisioni: segnalazioni e richieste di rettifica sono benvenute. Segnala una rettifica

Domande frequenti

Quanto tempo deve passare per chiedere il diritto all'oblio?

Non esiste un termine fisso di legge, ma l'orientamento del Garante indica generalmente un periodo di circa 10 anni dalla conclusione della vicenda giudiziaria, salvo casi di particolare rilievo pubblico.

La testata giornalistica è obbligata a cancellare l'articolo?

No, la testata ha il diritto di conservare l'articolo nel proprio archivio storico, ma deve renderlo non rintracciabile tramite i comuni motori di ricerca (de-indicizzazione).

Cosa fare se il giornale non risponde alla richiesta di oblio?

È possibile presentare un reclamo formale al Garante per la protezione dei dati personali o ricorrere all'autorità giudiziaria ordinaria per ottenere l'oscuramento e l'eventuale risarcimento.

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