Il caso spiegato
Il caso delle allucinazioni informatiche in Cassazione
6 min di lettura · Aggiornato a giugno 2026 · Supervisione editoriale: Avv. Federico Papa
Il recente orientamento della Suprema Corte conferma un approccio rigoroso in tema di integrazione tecnologica nel processo penale. Secondo quanto riportato dalla stampa specializzata, la vicenda trae origine da un ricorso nel quale la difesa aveva invocato precedenti giurisprudenziali rivelatisi del tutto inesistenti, poiché frutto di un errore generativo del software impiegato. Nel presente articolo analizzeremo come il dovere di diligenza dell'avvocato prevalga sull'automazione tecnica, ricostruendo le tappe del giudizio di legittimità. Infine, presenteremo un caso gemello didattico per illustrare i rischi concreti e le strategie di tutela per il professionista che si avvale di strumenti di AI.

In sintesi
L'articolo analizza la decisione della Cassazione sull'inammissibilità di un ricorso contenente cosiddette allucinazioni generabili dall'AI. Vengono esaminati gli articoli 606 e 591 c.p.p., unitamente ai doveri deontologici di verità e diligenza. Attraverso un caso gemello trasfigurato, si illustra il passaggio dall'errore tecnologico alla responsabilità professionale, offrendo indicazioni operative per prevenire sanzioni disciplinari e processuali derivanti da un uso non verificato delle nuove tecnologie nella redazione degli atti.
Il fatto
Secondo quanto riportato da Il Sole 24 Ore, Sistema Penale e Altalex, un avvocato ha proposto ricorso dinanzi alla Sesta Sezione Penale della Corte di Cassazione includendo ampi stralci di motivazioni e massime riferiti a sentenze mai pronunciate. In sede di esame dell'atto, i magistrati hanno riscontrato che i numeri di sentenza e gli anni di pubblicazione indicati risultavano inesistenti.
Il legale ha ammesso di aver impiegato un software di AI generativa per la redazione dell'atto, confidando negli output forniti dallo strumento senza effettuare un preventivo riscontro. Il giudizio di legittimità si è concluso con la declaratoria di inammissibilità del ricorso e la contestuale trasmissione degli atti al Consiglio dell'Ordine di appartenenza per le valutazioni di competenza disciplinare.

Le norme in gioco
I riferimenti normativi principali sono l'art. 606 c.p.p., che individua i motivi di ricorso per cassazione, e l'art. 591 c.p.p., che ne sancisce l'inammissibilità in ipotesi di difetto di specificità. Sul piano costituzionale rileva l'art. 111 Cost., in materia di giusto processo, che presuppone il rispetto dei principi di lealtà e correttezza processuale.
Sotto il profilo deontologico, il Codice Deontologico Forense impone il rispetto dell'art. 12 (dovere di diligenza) e dell'art. 50 (dovere di verità), norme che obbligano il professionista a vagliare e verificare l'effettiva veridicità dei dati e dei richiami giurisprudenziali inseriti negli atti difensivi.
Cosa dice la giurisprudenza
La giurisprudenza di legittimità ha chiarito che l'errore indotto da uno strumento tecnologico non può essere equiparato all'errore materiale, assimilabile a un mero refuso tipografico. I giudici hanno evidenziato come la citazione di precedenti inesistenti violi il principio di autosufficienza del ricorso e ostacoli il corretto svolgimento della funzione giurisdizionale.
Si è così riaffermato il principio del cosiddetto Human-in-the-loop, in virtù del quale la responsabilità finale del contenuto dell'atto ricade esclusivamente sul professionista che lo sottoscrive, gravato dall'onere indefettibile di verificare e validare ogni risultato fornito dall'algoritmo.
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Cosa insegna ai professionisti
- Non incorporare mai contenuti prodotti da strumenti di AI senza un previo riscontro incrociato sulle banche dati giurisprudenziali ufficiali.
- Documentare scrupolosamente la fase di verifica e revisione umana compiuta sull'atto predisposto con ausili tecnologici.
- Valutare l'inserimento di clausole di manleva nei contratti di licenza con i provider di software, pur ricordando che esse non sono opponibili in sede penale o disciplinare.
- Mantenere un costante aggiornamento sulle criticità dell'AI, con particolare riguardo alle cosiddette allucinazioni e alla struttura dei relativi output.
Riferimenti: Art. 606 c.p.p.Art. 591 c.p.p.Art. 111 CostituzioneArt. 12 Codice Deontologico ForenseArt. 50 Codice Deontologico Forense
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Domande frequenti
Quali sanzioni rischia un avvocato che cita sentenze false per errore dell'AI?
Sul piano processuale, il ricorso può essere dichiarato inammissibile con condanna al pagamento delle spese di lite e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle Ammende. Sul piano deontologico, le sanzioni disciplinari applicabili dal Consiglio Distrettuale di Disciplina vanno dall'avvertimento alla censura, fino alla sospensione dall'esercizio della professione forense.
Esiste un termine di prescrizione per la responsabilità deontologica in questi casi?
L'azione disciplinare nei confronti dell'avvocato si prescrive nel termine di sei anni dalla commissione del fatto, ai sensi dell'art. 56 della Legge n. 247/2012. Il corso della prescrizione è tuttavia interrotto dal compimento di atti procedurali tipici, fermo restando il termine massimo complessivo previsto dalla legge.
Cosa fare se ci si accorge di aver depositato un atto con allucinazioni da AI?
Qualora il professionista riscontri l'inserimento di citazioni inesistenti o inesatte, i doveri di lealtà e correttezza impongono di informare prontamente l'autorità giudiziaria e la controparte mediante memoria illustrativa o nota di rettifica. L'iniziativa spontanea volta a ripristinare la verità dei fatti e dei riferimenti normativi rileva sia ai fini della valutazione dell'elemento psicologico in sede disciplinare, sia per attenuare le conseguenze sul piano processuale.
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